Il trapasso, un passaggio di stato

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Aldilà delle teorie scientifiche, molte sono le testimonianze umane che, partendo da esperienze personali diverse, arrivano sostanzialmente a definire ed identificare il trapassato sostanzialmente allo stesso modo: la morte non è che un passaggio di stato, una trasformazione per certi versi simile al ghiaccio che si scioglie passando dallo stato solido a quello gassoso. Anche l’acqua quando evapora è sottoposta ad una trasformazione che consiste, evidentemente, nel passaggio dallo stato liquido a quello gassoso.

Franco Predieri è uno di questi testimoni che convive da quando era piccolissimo con quello che lui definisce «compito»: la missione di rassicurare sulla «vita oltre la vita».

Bolognese, 64 anni, bancario ormai in pensione, Franco vive a Pisa da molti anni con la moglie, pisana doc, Elisabetta Piccini, bibliotecaria in Sapienza. E da quel tuffo nella premorte, dal suo presunto ritorno dal «coma», riesce a sapere cosa accadrà, a vedere il futuro. «Una sensazione – dice – che all’inizio mi aveva spaventato, tanto che ne avevo parlato poco, anche con i miei. Poi però ci ho fatto l’abitudine».

Franco sa quel che accadrà fin dalle elementari, tanto che i compagni di scuola, che ormai lo avevano capito, chiedevano continue previsioni su presenze e interrogazioni. Questo banalmente, perché le “visioni”, racconta Predieri, riguardano un po’ tutto, purtroppo anche tragedie, eventi luttuosi, drammatici, di conoscenti e non. Cose, a volte, di cui è difficile parlare. Un giorno, ventenne, andando a casa dell’ex fidanzata, vide un funerale e poi chiese a lei e ai vicini di chi si trattasse. Nessuno seppe rispondere: la risposta arrivò il giorno dopo, quando la cerimonia si svolse davvero. La storia più curiosa e fortunatamente non tragica riguarda il collegio, quando era a Valdobbiadene, e un fatto banalmente quotidiano. Non uscite – disse Franco a un gruppo di collegiali che voleva evadere per una gita notturna – il sorvegliante vi scoprirà. Ma no, risposero, lo abbiamo visto partire col treno. Per chissà quale coincidenza il sorvegliante non partì e per il gruppetto, scoperto, scattò una punizione esemplare. Con Franco, che è possibile definire un carismatico laico, ripercorriamo le tappe di quell’esperienza di “nde” in cui rischò di annegare in un fiume. «Era l’agosto del 50 – racconta – avevo tre anni e mezzo e vivevo a Bologna con i miei. Mi portarono a fare una gita sul fiume Reno, a Molina del Pallone. Giocavo a riva con un’ochetta di gomma quando questa mi sfuggì, e, per prenderla, caddi in acqua, preda del fiume. I miei videro il mio corpo galleggiare e mio padre, che non sapeva nuotare, lottò a lungo con la corrente per riportarmi a riva, ma sembravo morto. Tentò di rianimarmi e mi ripresi solo dopo diversi, lunghissimi, minuti. In quegli istanti mi era apparsa una enorme parete di luce in cui si aprivano grandi cerchi brillanti di volti di persone sorridenti e felici. Era un mondo di gioia e pace immensa, una felicità mai provata. Noi eravamo cattolici come tanti, più per abitudine che altro, ma appena mi svegliai dissi a mia madre: la Madonnina mi ha salvato, eppure non ne avevo mai sentito parlare. Da allora convivo con questo ricordo e da allora riesco a vedere quel che accade. Dapprima ne parli poco, hai paura di passare per matto o per bugiardo, a scuola ero solo una specie di indovidno, per questo molte cose le ho sempre tenute solo per me. Avevo vent’anni quando vidi anche la mia malattia».

Franco è ammalato dalla bellezza di quarant’anni di sclerosi a placche, una patologia diagnosticata a fatica negli anni e che i medici, increduli, hanno finito per liquidare come «anomala». Ha ricevuto cinque volte l’estrema unzione, è rimasto cieco per due anni, sembrava che non dovesse più riprendersi e invece è ancora qui, con le sue stampelle, a portare il suo messaggio.

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